Un coaching in famiglia

Un coaching in famiglia

Intervista di Gian Luca Cacciari a Marco Morelli  (MMMAR – Firenze)

Marco è un giovane laureato in economia che dopo gli studi è entrato nell’azienda famigliare (una fiorente impresa manifatturiera nel settore dell’abbigliamento in pelle di alta moda, nella provincia di Firenze), dove erano già presenti suo fratello e sua sorella. Oggi ne è il Responsabile Amministrativo, ma nel 2007, all’età di 28 anni, ha svolto un percorso di coaching mirato ad agevolare il suo ingresso in azienda e nel ruolo. A distanza di cinque anni racconta a colui che fu il suo coach cosa resta del valore di quella esperienza.

Cosa ricorda della sua esperienza di coaching?

Io ho un ricordo ottimo del rapporto con lei in particolare. Quello che è sottovalutato molto in Italia è la crescita professionale dell’individuo, si punta troppo secondo me sui corsi tipo di amministrazione sottovalutando molto la crescita personale dell’individuo, che è poi quello che siamo andati ad affrontare noi insieme. Dell’esperienza che ho avuto ne parlo sempre bene con tutti e la consiglio sempre, perché alla fine mi ha aiutato ad avere più consapevolezza; se dovessi dire che cosa abbiamo fatto, direi niente di concreto, non ho imparato un mestiere, non ho imparato nulla di tutto questo, ma ho imparato a conoscere meglio me stesso, a conoscere i miei limiti, a capire come individuali ed affrontarli, superarli se voglio. Da questo punto di vista è stato veramente fondamentale, perché non sono queste cose che si insegnano a scuola.

Quando partimmo nel percorso individuammo, o meglio lei individuò degli obiettivi su cui lavorare insieme. Utilizzammo una scheda di ingresso che riportava dei requisiti base richiesti dal suo ruolo nella sua azienda; chiedemmo allora anche il contributo di altri valutatori che le diedero un feedback su quelle qualità. Cosa ricorda di questo?

Quello che ricordo è che io affrontavo i problemi in modo sbagliato. Quando dovevo affrontare un problema nuovo, questo mi creava delle ansie, delle preoccupazioni, delle agitazioni. Attraverso il lavoro fatto insieme e soprattutto con il metodo del lavoro sul mio Doppio di leadership sono riuscito a trovare un sistema per affrontare queste mie reazioni inconsce, automatiche, e da lì ho imparato a gestirle a capire che non dovevo avere delle ansie.

Come le ha superate queste ansie che provava?

Ricordo che abbiamo individuato le mie aree problematiche, ho cominciato ad osservarle dall’esterno e tiare fuori da me stesso come reagivo, per poi andare ad individuare delle azioni più libere quindi vedere quali reazioni provocavano in me queste azioni più libere e da lì poi vedere di riuscire a controllare questo mio Doppio. Mi sono accorto che tutte le volte che c’era per me una cosa nuova da affrontare e mi creava ansia perché mi sentivo non pronto, allora ci stavo male, non dormivo, ma poi alla fine lo affrontavo e ce la facevo. Guardandomi da fuori ho visto che in realtà riuscivo a gestirle queste situazioni ed ho capito che non era necessario per me provare queste ansie. Un’altra cosa che ricordo che abbiamo affrontato è la relazione tra me e gli altri, i rapporti in cui io dovevo trovare un modo per modulare le mie reazioni in funzione del mio interlocutore, perché chiaramente da ragazzo inesperto quale ero mi rendevo conto che avevo reazioni automatiche tra loro molto simili indipendentemente dalla persona che avevo di fronte: poteva essere un fornitore, un dipendente, un cliente, un collaboratore.

Cosa ha visto accadere in sé durante il percorso di coaching, che cosa si è modificato in lei?

Quello me lo ricordo molto meno. Non mi ricordo come abbiamo lavorato, ma ricordo di avere cambiato molto il mio modo di relazionarmi agli altri. Ma soprattutto me lo hanno riconosciuto moltissimo le persone che lavoravano con me. Senza sapere che cosa avessi fatto, loro non erano a conoscenza del percorso di coaching, alla fine, al termine di questa esperienza, mi hanno detta a distanza anche di sei mesi o di un anno che ero cambiato molto che ero cresciuto molto professionalmente anche nei rapporti con gli altri, che sapevo gestirmi molto meglio le situazioni e le relazioni. Proprio ciò di cui avevo bisogno, il mio obiettivo. Ma se devo dirle come questo sia avvenuto durante il percorso, questo non so dirglielo.

Su quali aspetti di attitudini, competenze le sembra che il percorso fatto le sia stato più di aiuto?

Sull’autoconsapevolezza; sono diventato una persona molto più sicura di me. E questo si è riflesso su tutto: sulle relazioni, sui rapporti professionali e non. Mi ha aiutato moltissimo anche nella mia vita normale di tutti i giorni, non solo in quella professionale: spesso non me ne rendo neanche conto ma quello che mi dicono gli altri è che trasmetto forza, sicurezza, determinazione,  non arroganza, si percepisce che sono sicuro di quello che dico, che sono una persona professionalmente forte. Mi rendo conto che mi vengono riconosciute anche qualità che io non ho, per esempio quando parlo con le persone della mia età, ed in questo mi aiuta il fatto di avere una azienda mia, in questo sono avvantaggiato, conosco molte più cose di loro che hanno una professione normale, loro mi riconoscono spontaneamente una leadership che io non cerco affatto.

Lei è stato anche in grado in questi anni di avviare una attività completamente sua, me ne vuole parlare?

Il coaching mi ha aiutato molto anche in questo: ad affrontare i problemi sconosciuti che ho incontrato nell’aprire una galleria d’arte, senza avere amici, conoscenti che potessero aiutarmi, in un settore per me completamente nuovo e sconosciuto. Io mi occupo di amministrazione e non di queste cose! Sono riuscito a creare un evento di cui si sono occupati i giornali a livello nazionale. Ero sicuro che ce l’avrei fatta: mi sono impegnato. Non avevo paura. Sono sempre riuscito a cavarmela. Ho dovuto seguire tutto io da zero a  trecento sessanta gradi, fin anche all’arredamento. Ora anche se la dovessi chiudere questa attività, ne sarebbe valsa comunque la pena: mi ha dato comunque tantissimo, una bella soddisfazione.

Se volessimo provare ad identificare, dal suo punto di vista, quali sono stati gli ingredienti principali del successo di questa esperienza di coaching per lei?

Fondamentale che io ci abbia creduto,  altrimenti non avrei ottenuto nulla. Anche se all’inizio in realtà ero un po’ scettico. Non mi trovavo di fronte a degli esercizi, ma ad uno sconosciuto che mi parlava. Io sono un tipo razionale, pragmatico, quando le cose non le vedo non esistono. Mi trovavo di fronte ad una cosa che non conoscevo. Ma come dico quando parlo di questa esperienza l’importante è che tutto parte da te; se tu non ne sei convinto di voler cambiare certe cose di te, nessuno ti può convincere. Questo è stato per me l’ingrediente fondamentale: l’essere convinto di poterlo fare. Poi anche il nostro rapporto professionale, come si è svolto; non so perché, ma è stato positivo. Io quando mi trovavo di fronte a situazioni che non mi piacevano, prima mettevo dei muri, evidentemente lei è stato bravo a fare si che io non mettessi in piedi questi miei muri tra noi, altrimenti non avremmo combinato niente.

Che cosa le ha fatto fare il click dallo scetticismo alla convinzione?

Non volevo buttare via i soldi, non era mica gratis, quindi mi dicevo: già che ci siamo cerchiamo di provarci. A me comunque piace esplorare cose nuove; ero scettico ma curioso. In fondo non avevo nulla da perdere!

Cosa ha prodotto i cambiamenti che lei ha osservato in sé?

La cosa più bella, che è stato anche il lavoro più difficile e che ha dato veramente i frutti, è stato per me il passare dal percepire il problema dentro me stesso a vederlo da fuori: vedere le mie reazioni con consapevolezza è stato bello, costruttivo, istruttivo. Quando sono riuscito a vedere le mie reazioni con consapevolezza allora è stato positivo. Fintanto che ho reazioni automatiche non le vedo, ma quando so che le ho, me lo aspetto, e vedo che veramente c’è è affascinante…

Nel rapporto con le altre persone della sua famiglia che lavorano con lei, ha visto cambiare qualcosa?

Mio fratello che ha otto anni più di me e gestisce l’azienda dal punto di vista della produzione, mi rendo conto, e me lo dicono tutti (anche se con lui non è facile parlare), che mi stima molto come persona “pensante”. Anche quando si devono prendere delle decisioni di tipo strategico o manageriale, lui mi coinvolge sempre, mi chiede la mia opinione molto più di prima. Mi rendo conto che ho imparato a prenderlo (penso di essere l’unico che lo sa prendere) e poi fa quello che io gli ho consigliato, e questo mi fa piacere. Con mio padre invece ci vorrebbe una laurea in coaching… Io forse pretendo di avere i miei spazi di rispetto e quando non li ho mi arrabbio. Prima quando avevo delle idee diverse da lui non le esprimevo, ora invece lo faccio, come lo fa mio fratello maggiore.

Quando parla con altri dell’esperienza fatta, quali parole usa?

Il fatto che deve partire da noi: nessuno viene e ti insegna. Ne parlavo anche ieri con un mio amico che sempre si sminuisce; io gli suggerivo di farlo, oppure potrei farglielo io da coach… Se io fossi il capo di questa azienda, se fosse mia e basta, io lo proporrei per diversi ruoli, perché vedo che si compiono tanti errori che vengono fatti per dei comportamenti che se fossero un po’ diversi sarebbe meglio per tutti. Bisognerebbe investirci tempo e risorse: qui si corre sempre, ogni tanto fermarsi un attimo e fare delle valutazioni ci si guadagnerebbe tantissimo. Nel nostro lavoro siamo sempre ad occuparci della risoluzione di problemi, ma oggi il problema devi saperlo anticipare, non correrci dietro, ecco perché ambito sarebbe importante accrescere le proprie qualità personali con il coaching.

E se oggi fosse in procinto di avviare un nuovo percorso di coaching, lo farebbe? E se sì, su quali obiettivi vorrebbe lavorare?

Per me è stato molto utile in quella fase della vita, adesso sono più io che faccio coaching a me stesso. Ho fatto anche un master sull’analisi di bilancio, dove però non ho trovato grandi stimoli, se non la conferma che il nostro settore è una realtà di nicchia, con le sue dinamiche specifiche difficilmente generalizzabili. Ora voglio andare a fare una esperienza di vita negli Stati Uniti, per un mio bisogno di apertura mentale: voglio trovarmi davanti a problemi nuovi e diversi, uscire da questo ambiente ovattato. Mi rendo conto che per me il miglioramento è continuo: questo è per me il mio coaching ora.

Se volesse esprimere il senso del coaching con una metafora o uno slogan?

Fate coaching per diventare consapevoli della vostra forza. In fondo il coaching mi ha dato questo: la capacità di affrontare i problemi in modo più semplice, senza innervosirmi, con serenità.

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