Quando il destino è al lavoro

Quando il destino è al lavoro

“Perché capita proprio a me?…”

Se lo domandava Anna (nome di fantasia), una giovane responsabile dei servizi di customer satisfaction, durante il suo percorso di coaching, dopo avermi raccontato le difficoltà che viveva nel rapporto con il suo capo, che lei percepiva come assente per le lunghe e frequenti trasferte presso i Clienti e la conseguente impossibilità per lei di averlo sempre disponibile per avere i chiarimenti ed il conforto sulle scelte da fare di cui sentiva la necessità.

D’altro canto Paolo (altro nome di fantasia) il suo capo, mi aveva chiesto di aiutarla a crescere perché la vedeva insicura nel suo ruolo: per quanto capace, a sua detta, non si assumeva le sue responsabilità, tanto che lui si domandava se avesse fatto una buona scelta investendo su di lei, e vedeva nel percorso di coaching la possibilità di darle una chance…

La situazione sembra un incastro perfetto: una iniziale divergenza di bisogni e punti di vista mai affrontata apertamente, che diventata prima un vivace contrasto ed in breve tempo un aperto conflitto.

Chi ha ragione e chi ha torto in una situazione di questo tipo?

Quante volte il conflitto assume contorni e significati diametralmente opposti se si osserva la situazione dalle due diverse prospettive?

Quali passi si possono compiere per trasformare una relazione bloccata?

1° passo: percepire la situazione oggettivamente

Nella prima sessione di coaching Anna ricostruisce cosa accade tra lei ed il suo capo: cosa meccanicamente tende a ripetersi in maniera assolutamente prevedibile, quando si verificano le condizioni che fanno scattare il loro automatismo.

La sua difficoltà è di assumere il suo 50% di co-responsabilità nella situazione conflittuale da loro co-creata.

Tutti pensiamo di avere ragione,
e se ragioniamo a somma zero
all’altro non resta che avere torto…

Esplorando la sua biografia lavorativa scopre che non è la prima volta che le accade di vivere una simile situazione al lavoro, anzi: le ragioni per cui ha cambiato azienda per ben due volte negli ultimi tre anni è legata al difficile rapporto con un capo da lei percepito come assente.

Un caso, una coincidenza?

Comunque un fatto.

Per procedere nel suo percorso Anna doveva ora assumere una diversa prospettiva, rispetto la sua situazione: la prospettiva dell’altra persona coinvolta.

Come cambia la situazione se si prova ad assumere la prospettiva dell’altro?

Mitologicamente si tratta di porsi la domanda di Parsifal, che di fronte al dolore di re Amfortas gli domanda semplicemente: “sire, cosa vi strugge?”

E questa sola domanda guarì re Amfortas dalla sua sofferenza.

Cosa vuol dire concretamente questo per Anna?

Mettersi nei panni di Paolo, significa per Anna immaginare quale sia la situazione dal suo punto di vista: se per lei il problema è la mancanza di feedback e la difficoltà a confrontarsi con una persona spesso fuori ufficio, si tratta di comprendere che per Paolo la difficoltà (da lei ipotizzata) può essere il potersi fidare completamente.

Anna porta con sè il fardello della sua insicurezza, per questo cerca nel continuo confronto il conforto del capo. D’altro canto Paolo vorrebbe una collaboratrice più autonoma, che sappia gestire i progetti da sola, permettendogli così di concentrarsi sulle sue importanti trasferte, ma fatica a fidarsi completamente così delega ma non del tutto, a volte si sostituisce a volte applica la delega tira e molla

Cosa può fare Anna per modificare una situazione ormai così consolidata?

2° passo: compiere un “atto liberatorio”

Una volta riconosciuto che anche l’altro ha le sue difficoltà, e sta portando come lei il proprio “fardello”, ovvero ciò che lo strugge, allora può mettere in atto un gesto completamente altruistico: fare qualcosa che contribuisca ad alleggerire la difficoltà di Paolo.

Durante una sessione di coaching Anna progetta, e successivamente mette, in atto una serie di iniziative concrete, mai attuate prima di allora con il suo capo, come:

  • fissare un meeting con il capo al suo rientro dalla trasferta, e in quella occasione fargli un resoconto puntuale dell’avanzamento dei progetti a lei affidati,
  • mentre è ancora in trasferta, accumulare più domande / dubbi da sottoporgli in una unica telefonata di aggiornamento quotidiano, invece di chiamarlo più volte al giorno per ogni singolo dubbio…

Dopo una iniziale reazione di stupore, Paolo comincia a fidarsi sempre di più, forse proprio grazie ai diversi comportamenti assunti da Anna, ed a sua volta via via modifica anche i suoi di comportamenti, risultando meno diffidente nei confronti della sua collaboratrice.

Quando in una situazione bloccata
anche uno solo dei protagonisti
modifica i suoi comportamenti,
inevitabilmente l’intera relazione
ne risulterà modificata.

Proseguendo nel suo percorso Anna scopre come mai proprio a lei sia toccato in sorte non tanto un capo come Paolo, ma una situazione che tende a ripetersi, anche se lei cambia azienda: il trovarsi comunque a fronteggiare il tema della autonomia / dipendenza, che le appartiene profondamente non solo nella vita professionale ma anche in quella personale.

Se Anna assume questa diversa prospettiva, ecco che i rapporti conflittuali da lei vissuti sul lavoro con i suoi capi acquistano tutto un altro significato: le mostrano quello che per lei può rappresentare un possibile apprendimento evolutivo, il riconoscere appieno le proprie capacità ed affermarle assumendosi pienamente le sue responsabilità.

I suoi conflitti sul lavoro quindi non fanno altro che mostrarle la via di una possibile evoluzione personale, e le persone con cui confligge non sono altro che i possibili “messaggeri” di questa opportunità.

Per dirla con Sri Aurobindo:

“… Tutta la vita è un campo di esperienza:
ogni movimento che fate, ogni pensiero
che avete, ogni azione che compite
possono costituire un’esperienza, anzi,
devono essere una esperienza.
In particolare, poi, il lavoro costituisce
in modo naturale un campo di esperienza
nel quale si deve riuscire ad applicare
tutto il progresso che si cerca di realizzare interiormente. …”

Possiamo perciò capitalizzare le nostre esperienze sul lavoro, anche quelle conflittuali, non solo per crescere professionalmente ma anche per evolvere come Persone.

Puoi trasformare i tuoi conflitti al lavoro mettendoti in gioco con il workshop del 17 Luglio a Lucca.

Questo inserimento è stato pubblicato in Contenuti. Metti un segnalibro su permalink.
  • iscrizione Newsletter